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Storie dal mondo emergente
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gennaio 12, 2021

I dieci trend principali per il 2021

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gennaio 12, 2021

I dieci trend principali per il 2021


Storie dal mondo emergente

I dieci trend principali per il 2021

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gennaio 12, 2021

 
 

Sin dalle prime fasi della pandemia siamo stati dell’avviso che il Covid-19 più che “cambiare tutto”, avrebbe portato un forte, anzi fortissimo, rafforzamento degli sviluppi già in atto. E infatti è stato così, con l’intensificazione dei trend esistenti, in particolare l’aumento degli interventi pubblici nell’economia e l’adozione delle tecnologie digitali. Con l’evolversi di queste tendenze potremmo assistere a un vero e proprio ribaltamento nel profilo vincitori/vinti dei mercati globali. Per molti versi, i dieci trend principali del 2021 sembrano un’immagine speculare di quelli osservati nel 2020.

 
 

ECONOMIA IN ESPANSIONE, MERCATI MENO EUFORICI

Nel 2020 l’economia globale ha subito una contrazione del 4%., la peggiore contrazione dai tempi della seconda guerra mondiale. Ciò nonostante, le azioni hanno guadagnato il 14% a livello mondiale.1 Come ha potuto verificarsi questo boom dei mercati senza precedenti durante una recessione? I motivi principali sono tre. Governi e banche centrali sono intervenuti da subito con stimoli massicci e inaspettati per mantenere in vita le aziende. Gli investitori hanno presto iniziato a considerare la pandemia una tempesta passeggera, non uno di quegli shock di lungo termine provocati dalle crisi finanziarie. Rimanendo confinata in casa, la gente ha speso meno e risparmiato di più, e una buona fetta di quei risparmi aggiuntivi si è riversata nei mercati.2 Ecco quindi lo strano spettacolo di uno storico rally di mercato nel bel mezzo di una storica crisi economica.

E adesso? Secondo le stime di consenso, gli analisti si attendono che l’economia e i mercati registrino un’impennata nel 2021, ma le dinamiche che l’anno scorso hanno sollevato i mercati sono insostenibili. È probabile che le campagne di stimolo proseguano, ma le iniezioni di liquidità non raggiungeranno più i folli ritmi del 2020. La fine della pandemia è già scontata dalle valutazioni, che sono ritornate a livelli record. L’avanzamento delle campagne vaccinali e la riluttanza dei governi a imporre nuovamente altri lockdown determineranno probabilmente un calo dei risparmi quando la gente ricomincerà a frequentare parrucchieri e palestre. Di conseguenza, quest’anno potrebbe svilupparsi in direzione contraria rispetto a quello passato, con i mercati in movimento laterale mentre il contesto economico segna una ripresa.

INFLAZIONE AI MINIMI

L’inflazione dei prezzi al consumo è rimasta invariata per così tanto tempo che le autorità sono arrivate a ritenerla morta, non solo dormiente. Ma le forze che finora hanno frenato i prezzi al consumo stanno cedendo, una dopo l’altra. La crescita della popolazione mondiale in età lavorativa è passata in negativo intorno al 2005 e il calo dell’offerta sul mercato del lavoro tende a fare aumentare i salari.3 Dopo la crisi del 2008, la crescita del commercio globale ha iniziato a frenare bruscamente, riducendo la concorrenza.4 Il calo della produttività sta facendo lievitare i costi aziendali, con conseguente aumento delle pressioni al rialzo sui prezzi al consumo.

Questa era la situazione quando si è abbattuta la pandemia. Le autorità hanno iniziato a stampare e a prendere in prestito denaro a ritmi record, sicure di poterlo fare senza riaccendere l’inflazione. È ormai da decenni che è morta, no? Noi invece pensiamo che stia solo dormendo e che verrà probabilmente risvegliata da quelle che chiamiamo le “Quattro D”. Depopolamento, deglobalizzazione e declino della produttività sono tutti fattori che esercitano pressioni al rialzo sui prezzi al consumo e, in questo contesto, un rapido aumento del debito potrebbe rappresentare lo scossone in grado di risvegliare la bestia. 

 
 
 
FIGURA 1: Difficilmente gli stimoli proseguiranno a rotta di collo
Stima degli stimoli totali erogati dai governi e dalle banche centrali in risposta alla crisi (% del PIL)
 

Fonte: MSIM, IMF, UBS. Include dati sugli stimoli governativi in bilancio, stimoli governativi fuori bilancio (garanzie ai prestiti societari) da UBS e stimoli delle banche centrali da UBS. Il valore aggregato relativo ai mercati sviluppati è stato calcolato utilizzando la mediana di Nuova Zelanda, Australia, Corea del Sud, Giappone, Repubblica Ceca, Svizzera, Regno Unito, Eurozona, Canada, Stati Uniti d’America. Il valore aggregato relativo ai mercati emergenti è stato calcolato utilizzando la mediana di Colombia, Sudafrica, Turchia, Brasile, Messico, Cina, India, Vietnam, Filippine, Indonesia. 

 
 

LA COPERTURA DEGLI IMMOBILI RESIDENZIALI

Per molti, il boom dell’edilizia residenziale nel 2020 è stato sconcertante tanto quanto il boom del mercato azionario. Ma tra i due eventi la differenza è notevole. A partire da adesso è più probabile che i prezzi delle case aumentino. Innanzitutto, le aspettative inflazionistiche sono in aumento e gli investitori si stanno orientando verso classi di attivo che vengono ritenute una buona copertura contro l’inflazione. Queste includono oro, argento, bitcoin e beni immobili. La portata del boom dell’edilizia residenziale è stata sorprendente e ha fatto salire i prezzi in quasi tutti i paesi sviluppati nella sua fase di picco. Negli Stati Uniti ha spinto per la prima volta il prezzo mediano delle case esistenti sopra i 300.000 dollari.5 Le dinamiche dei prezzi immobiliari variano molto da un paese all’altro, naturalmente, ma è ragionevole pensare che il boom possa durare fino al 2021.

Il 90% delle banche centrali del mondo ha abbassato i tassi a breve termine ai minimi storici, trascinando di conseguenza anche i tassi dei mutui a 30 anni ai minimi storici, cioè sotto al 3 per cento negli Stati Uniti e ancora più in basso in Europa.6 Per quanto il probabile aumento dei tassi d’interesse a lungo termine possa determinare un aumento dei tassi dei mutui ipotecari, è quasi certo che per quest’anno essi rimarranno vicini ai minimi storici.

Sul versante dell’offerta, dopo la crisi finanziaria globale del 2008 l’edilizia abitativa ha subito un tracollo e, quando il virus ha colpito, l’offerta era scarsa. Negli Stati Uniti, il rapporto tra case unifamiliari esistenti disponibili per la vendita e popolazione adulta non è mai stata così bassa.7 E la domanda da parte di giovani nuclei familiari, stanchi di vivere in spazi angusti, è destinata a proseguire anche una volta che la pandemia si sarà placata.

FINE DEL DENARO FACILE

Sin dai primi anni ’80, quando le banche centrali iniziarono a vincere la guerra contro l’inflazione dei prezzi al consumo, i tassi medi a breve termine sono gradualmente scesi dal picco del 13% al 2% di inizio 2020.8 E durante la pandemia quel tasso è stato dimezzato.

Se si permette alla gente di prendere denaro in prestito praticamente gratis, la gente lo farà per cercare di guadagnarne di più. Il risultato di una politica monetaria sempre più accomodante è stata un’impennata dell’inflazione dei prezzi degli attivi. Nel 1980, il valore totale delle attività finanziarie globali, incluse le azioni e le obbligazioni, era pari al 110% del PIL globale; nel 2019 tale cifra era salita al 390%.9 Oggi, dopo la corsa al rialzo del 2020, è addirittura superiore.

Se e quando il ritorno dell’inflazione dei prezzi al consumo costringerà le banche centrali a un nuovo inasprimento, la corsa al rialzo probabilmente vacillerà. Difficilmente tale inasprimento si manifesterà sotto forma di un aumento dei tassi. È più probabile invece che si traduca in una riduzione degli interventi sui mercati del credito. Gli 8.000 miliardi di dollari in titoli acquistati dalle banche centrali l’anno scorso sono stati più del doppio del record precedente, stabilito nel 2008, e 40 volte la cifra acquistata nel 2019.10 Anche un parziale ritorno alla normalità avrebbe come effetto di riportare i mercati con i piedi per terra.

IL MONDO DOPO IL DOLLARO

Dal XV secolo a oggi, solo cinque paesi hanno avuto l’onore di battere la moneta di riserva mondiale: Portogallo, Spagna, Paesi Bassi, Francia e Gran Bretagna. Quei regni durarono in media 94 anni;11 il dollaro statunitense occupa ormai quella posizione da 100 anni. Allo scoppio della pandemia, la semplice età avanzata sarebbe stato un motivo sufficiente per interrogarsi sul futuro del biglietto verde.

Gli Stati Uniti hanno emesso migliaia di miliardi di dollari in nuova spesa per mantenere l’economia in vita, portando il debito nei confronti del resto del mondo al 67% della produzione economica nazionale, ben oltre la soglia del 50% che spesso ha segnalato l’arrivo di una crisi.12 In passato, gli imperi finanziari, detentori dell’ambita moneta di riserva, hanno spesso vacillato quando il resto del mondo ha smesso di aver fiducia nella loro capacità di saldare i debiti.

Fino ad oggi, i politici statunitensi hanno considerato il dollaro inespugnabile, per mancanza di seri rivali. La fiducia nell’euro era minata dai dubbi sulla frammentarietà del governo multinazionale europeo. La fiducia nel renminbi era minata dagli interventi di uno stato monopartitico. La grande sorpresa del 2020 è stata la comparsa di una criptovaluta apolide come plausibile alternativa.13

L’investimento più interessante dell’anno è stato il Bitcoin, che ha guadagnato terreno sia come riserva di valore (un’alternativa digitale all’oro) che come mezzo di scambio (un’alternativa digitale al dollaro) quando grandi piattaforme di pagamento online hanno annunciato la decisione di accettare pagamenti in Bitcoin. Gli scettici tuttora abbondano, ma le probabilità che i millenial detengano criptovaluta, rispetto ai baby boomer, sono quasi dieci volte superiori. Saranno le generazioni più giovani a scegliere la valuta di riserva che sfiderà il dollaro.14 E può benissimo darsi che si tratti di una valuta digitale.

LA RINASCITA DELLE MATERIE PRIME15

I prezzi delle materie prime sono diminuiti costantemente in termini reali da quando si è iniziato a tenerne traccia, cioè dagli anni ’50 del XIX secolo.16Quel declino, però, è stato costellato da decenni all’insegna del boom e forse sta per iniziarne uno.

Poiché la spesa pubblica minaccia di risvegliare l’inflazione e indebolire il dollaro, queste forze potrebbero contribuire a rilanciare i prezzi delle materie prime dopo un decennio di cali continui. Dal 1980 a questa parte, l’indebolimento del dollaro tende a provocare un rincaro dei prezzi delle materie prime globali, dal rame al frumento.17 Ed è stato così che l’anno scorso, mentre il dollaro iniziava ad indebolirsi, i prezzi delle materie prime hanno iniziato a salire.

Ma se l’emissione di denaro ha spinto al rialzo le valutazioni di tutti i tipi di attivo, dalle azioni alle obbligazioni fino ai Bitcoin, le materie prime costituiscono un’eccezione. In termini relativi, si presentano estremamente interessanti e i loro titoli azionari sono scesi ai minimi storici sui mercati azionari sia statunitensi che emergenti.8 Inoltre, la debolezza dei prezzi nel primo decennio del XXI secolo ha rallentato gli investimenti e comportato tagli alla produzione su tutti i fronti, dai giacimenti di petrolio alle miniere di rame. Il binomio bassa offerta-aumento della domanda in un contesto di ripresa post-pandemia è la ricetta perfetta per una rinascita delle materie prime.

IL RITORNO DEI MERCATI EMERGENTI

Quando i prezzi delle materie prime aumentano, le numerose economie emergenti che dipendono dalla loro esportazione tendono a registrare buone performance. Quello è il primo dei quattro motivi per cui ci attendiamo un ritorno dei mercati emergenti, i cui rendimenti si stanno lasciando alle spalle il decennio peggiore da quando si è iniziato a registrarli, vale a dire gli anni ’30 del XX secolo.18

Sia le esportazioni che l’industria manifatturiera stanno perdendo quote nell’economia globale, un fatto che rende sempre più difficile per le nazioni emergenti seguire il tradizionale percorso delle esportazioni di prodotti manifatturieri per raggiungere la prosperità. Tuttavia, esiste ancora uno sparuto numero di paesi che stanno conquistando quote sempre maggiori nel panorama globale delle esportazioni: davanti a tutti il Vietnam e alcuni paesi confinanti del Sud-Est asiatico, seguiti dalla Polonia e alcuni paesi confinanti dell’Europa orientale.19

Di norma, i paesi emergenti varano riforme solo quando sono messi con le spalle al muro. Poche crisi hanno prodotto tale effetto e tra queste c’è la crisi sanitaria attuale. Rispetto ai paesi sviluppati, i paesi emergenti non possono permettersi stimoli altrettanto consistenti per alleviare le difficoltà legate alle misure di lockdown e non hanno altra scelta se non quella di stringere la cinghia in modo da aumentare la produttività e la crescita in futuro, se non addirittura da subito. Il risultato di questa situazione è stata un’ondata di riforme favorevoli ai mercati, passata ampiamente inosservata, che ha interessato paesi come l’India, l’Indonesia, il Brasile, l’Arabia Saudita e l’Egitto.

La pandemia sta accelerando ovunque l’adozione della tecnologia digitale, ma questa rivoluzione sta avanzando ancora più rapidamente nei paesi emergenti rispetto a quelli sviluppati, imprimendo una spinta proporzionalmente maggiore alla crescita economica.20

Oggi gli Stati Uniti rappresentano il 25% dell’economia globale e il 56% della capitalizzazione di borsa globale; i mercati emergenti, invece, rappresentano il 36% del PIL globale e solo il 12% della capitalizzazione di borsa globale.10 Anche il divario di valutazione tra Stati Uniti e mercati emergenti è a livelli record.8 Ma con l’aumento delle prospettive di crescita delle economie emergenti rispetto agli Stati Uniti, è probabile che questi estremi squilibri vadano colmandosi.

LA RIVOLUZIONE DIGITALE

La pandemia, come ormai tutti sappiamo, sta costringendo la gente a lavorare, giocare, studiare e fare acquisti online, una vera e propria manna per la vita elettronica in tutte le sue forme. Ma geograficamente parlando, dov’è più probabile che questa trasformazione dia impulso alle economie e ai mercati?

Sorprendentemente, i paesi meno sviluppati sono già precocemente ben sviluppati come società online, anche perché in termini di linee telefoniche fisse e negozi fisici, banche, ospedali e scuole offrono ai cittadini servizi sensibilmente più scadenti. Quando adottano servizi digitali, non rinunciano a nulla di familiare o di amato. Sedici delle 30 economie più digitalizzate del mondo (in base al reddito digitale come quota del PIL) sono mercati emergenti, Cina in testa e, a seguire, Corea del Sud, Indonesia e Colombia.20

In questo gruppo di 30 paesi, i ricavi digitali crescono a un ritmo di poco superiore a quello del PIL nominale dei paesi sviluppati, ma molto più velocemente rispetto a quello dei mercati emergenti.20 In media, nei mercati emergenti, i ricavi digitali crescono dell’11% l’anno, cioè 4 punti percentuali in più rispetto al PIL nominale.20 Le tecnologie digitali stanno riducendo i costi di avvio e gestione delle attività commerciali in tutto il mondo, ma il processo è più veloce laddove
l’adozione dei servizi digitali è più rapida e cioè nei mercati emergenti. Contrastando il calo globale della produttività, è probabile che questa spinta digitale sostenga un ritorno dei mercati emergenti.

L’ASCESA DELLE SFIDANTI

Nell’ultimo decennio, la maggior parte degli investitori è stata attratta da due soli paesi, Stati Uniti e Cina, e da un solo tipo di società, i colossi della tecnologia. Ma le cose sanno già cambiando. La crescita mensile di utenti attivi per le immense e note piattaforme di social media ha rallentato, scendendo a una sola cifra dal 40% o più di inizio decennio.21 I colossi dell’e-commerce in entrambi i paesi hanno realizzato enormi guadagni negli ultimi anni, tuttavia la capitalizzazione di mercato di società rivali di minori dimensioni ma molto popolari sta crescendo a ritmi maggiori.22 Non è affatto da escludere che alcune delle sfidanti possano colmare il divario.

Il passato ci insegna che i colossi della tecnologia spesso spianano la via ai propri successori: IBM rese possibile l’ascesa di Microsoft e oggi numerosi colossi del web sono piattaforme su cui prosperano le startup. Dall’Asia meridionale al Sud America, nell’e-commerce e nei social media stanno emergendo sfidanti regionali capaci di soddisfare i gusti locali con maggiore attenzione rispetto ai colossi americani o cinesi.

NUOVE ABITUDINI PER I MEDIA

Non è un segreto che la pandemia abbia giovato all’intrattenimento online. Mentre le sale cinematografiche chiudono i battenti, nel 2020 il totale degli abbonati a due popolari servizi di streaming è passato da 230 milioni a 315 milioni.23 Il grande interrogativo è capire se, quando la pandemia finirà, questo passaggio ai canali online subirà un rallentamento o proseguirà.

Possiamo ricavare una risposta osservando il destino delle vecchie forme di intrattenimento domestico, che sono altrettanto immuni al rischio di possibile contagio. A parità di altre condizioni, non c’è motivo per cui i canali televisivi tradizionali non avrebbero dovuto prosperare anche durante i periodi di lockdown.

E invece in America nel 2020 il declino del numero di telespettatori tradizionali, ormai in atto da tempo, ha subito un’accelerazione, con un calo del 16%.24 E la flessione sarebbe stata ancor più marcata se la campagna presidenziale 2020 non fosse stata così aspra, attirando con le sue notizie gli ascoltatori verso la TV. Quindi, a ben guardare, le condizioni erano tutt’altro che in parità condizioni. L’intrattenimento digitale sta scalzando le forme di intrattenimento tradizionali e quasi sicuramente questo processo non si fermerà quando la pandemia sarà passata.

 
 

Considerazioni sui rischi

Non vi è alcuna garanzia che l’obiettivo d’investimento del portafoglio sarà raggiunto. I portafogli sono esposti al rischio di mercato, ovvero alla possibilità che il valore di mercato dei titoli detenuti dal portafoglio diminuisca e che il valore delle azioni del portafoglio sia conseguentemente inferiore all’importo pagato dall’investitore per acquistarle. I valori di mercato possono cambiare quotidianamente a causa di eventi economici e di altro tipo (ad es. catastrofi naturali, crisi sanitarie, terrorismo, conflitti e disordini sociali) che interessano mercati, paesi, aziende o governi. È difficile prevedere le tempistiche, la durata e i potenziali effetti negativi (ad esempio la liquidità del portafoglio) degli eventi. Di conseguenza, l’investimento in questo portafoglio può comportare una perdita per l’investitore. Si fa presente che questo Portafoglio può essere esposto ad alcuni rischi aggiuntivi. Di norma, le valutazioni dei titoli azionari oscillano anche in risposta a eventi specifici in seno a una determinata società. Gli investimenti nei mercati esteri comportano rischi specifici, quali rischi di cambio, politici, economici e di mercato. I rischi associati agli investimenti nei mercati dei Paesi Emergenti sono maggiori di quelli generalmente associati agli investimenti in Paesi Sviluppati esteri. I titoli delle società a bassa e media capitalizzazione comportano rischi particolari, come l’esiguità delle linee di prodotto, dei mercati e delle risorse finanziarie e, in genere, presentano una volatilità di mercato più alta rispetto a quelli di società più consolidate e di maggiori dimensioni. Gli strumenti derivati possono essere illiquidi, amplificare in misura più che proporzionale le perdite e avere un impatto negativo potenzialmente rilevante sulla performance del portafoglio. I titoli illiquidi possono essere più difficili da vendere e valutare rispetto a quelli quotati in borsa (rischio di liquidità). I portafogli non diversificati spesso investono in un numero più ristretto di emittenti. Pertanto, le variazioni della situazione finanziaria o del valore di mercato di un singolo emittente possono causare una maggiore volatilità.

 
 

1 MSIM, Bloomberg, Factset, Haver. Dati aggiornati a gennaio 2021

2 Federal Reserve Board, Haver. Dati aggiornati a dicembre 2020.

3 Nazioni Unite, dati al 31 dicembre 2018.

4 MSIM, World Bank, Haver Analytics. Previsioni FMI.

5 MSIM, Haver. Dati aggiornati a novembre 2020.

6 NDR a ottobre 2020; Citi, ECB, Federal Home Loan Mortgage Corporation, dati a settembre 2020.

7 Applied Global Macro Research, dati al 1° ottobre 2020.

8 MSIM, Bloomberg, Factset, Haver. Dati al 31 dicembre 2020.

9 BIS, WFE IMF, McKinsey.

10 MSIM, Bloomberg, Factset, Haver. Dati aggiornati a dicembre 2020.

11 EconomicReason.com, JP Morgan, HKMA, Erste Group.

12 Fondo monetario internazionale (FMI) - “Passività esterne e crisi” Dati sugli Stati Uniti aggiornati al 2Q20.

13 Le operazioni in criptovalute (Bitcoin in particolare) avvengono tramite scambi finanziari decentralizzati peer-to-peer il cui sistema contabile è simile a quello del denaro. Non sono garantite da alcun governo. I governi federali, statali o stranieri potrebbero limitarne l’uso e gli scambi. Le criptovalute potrebbero attraversare periodi di volatilità molto elevata. Le strategie del team Global Emerging Markets non investono in criptovalute.

14 Forbes, luglio 2020.

15 I mercati delle commodity potrebbero essere soggetti a forti fluttuazioni dovute a una serie di fattori non controllabili quali l'inflazione, il clima, i disordini politici, gli atti di terrorismo, le nuove tecnologie e persino i rumors. Coloro che investono in commodity dovrebbero essere in grado di sostenere una perdita totale del proprio investimento. Le strategie del team Global Emerging Markets non investono direttamente in commodity.

16 MSIM, Bloomberg, Factset, Global Insight. Dati al 31 dicembre 2020. L’indice comprende tutti i metalli industriali, le materie prime agricole non alimentari e i prodotti alimentari.

17 Indice CRB Commodity, MSIM, Bloomberg, Factset, Haver. Dati aggiornati al 31 dicembre 2020.

18 MSIM, Bloomberg, Factset, Haver. Dati al 31 dicembre 2019.

19 Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo Dati al 2019.

20 MSIM, IMF, Statista. Dati aggiornati a novembre 2020.

21 Dati aziendali.

22 The Economist, Reuters, dati al 31 dicembre 2020.

23 Bloomberg, dati al 3T20.

24 UBS, Nielsen NNTV, dati a novembre 2020.

 

 
ruchir.sharma
Head of Emerging Markets e Chief Global Strategist
Global Emerging Markets Team
 

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Outlook di mercato 2021 in 60 secondi: Ruchir Sharma - Emerging Markets Equity Team
 
Ruchir Sharma, Chief Global Strategist e Head of Emerging Markets, rivela quelle che considera le dieci principale tendenze del 2021.
 
 
 
 

DEFINIZIONI 

Il Prodotto interno lordo (PIL) è il valore monetario di tutte le merci finite e di tutti i servizi prodotti all’interno dei confini di un Paese in un dato lasso di tempo. Comprende tutti i consumi pubblici e privati, la spesa pubblica, gli investimenti e le esportazioni nette.

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