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Sustainable Investing
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maggio 24, 2022

Il riflettore della sostenibilità puntato sul lato più scuro delle Big Tech

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maggio 24, 2022

Il riflettore della sostenibilità puntato sul lato più scuro delle Big Tech


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Il riflettore della sostenibilità puntato sul lato più scuro delle Big Tech

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maggio 24, 2022

 
 

IN BREVE

•   Le Big Tech sono cresciute in misura esponenziale, grazie alla raccolta, all’elaborazione e all’analisi di una quantità di dati digitali senza precedenti.

•   Allo stesso tempo, però, questa crescita si è scontrata con gli interessi degli utenti, in particolare negli ambiti riguardanti la privacy e la disinformazione. Questo aspetto potrebbe sollevare dubbi sulla sostenibilità dei modelli di crescita delle Big Tech.

•   Inoltre, il fatto che queste aziende esercitino un potere di mercato estremamente concentrato le espone al rischio di interventi da parte delle autorità antitrust.

•   Le strutture di governance societaria appaiono inadeguate a garantire un’autoregolamentazione più efficace, il che fa aumentare i rischi normativi in un momento in cui il settore della tecnologia sta accusando i colpi di un quadro macro sfavorevole.

•   A nostro avviso, puntando il riflettore della sostenibilità sul lato oscuro delle Big Tech è possibile mettere in luce rischi rilevanti che gli approcci tradizionali (non ESG) potrebbero sottovalutare.

 
 

Introduzione

Nell’economia digitale di oggi, i dati sono la risorsa chiave su cui poggia la creazione di valore. I dati sono fondamentali per lo sviluppo della maggior parte dei servizi online e sono indispensabili per lo sviluppo di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e il machine learning. L’acquisizione e l’analisi dei dati è quindi fondamentale per i modelli di business di alcune aziende di grande successo nell’economia odierna. Tuttavia, come accade per l’uso eccessivo delle risorse naturali, anche la raccolta intensiva dei dati, in particolare quelli personali, comporta esternalità negative che non possono essere ignorate.

In questo articolo facciamo il punto sulle società “Big Tech” che dominano la nuova economia dei dati. Discutiamo le potenziali conseguenze sociali associate al data mining digitale e valutiamo se tali problemi possono diventare un ostacolo per queste aziende consumatrici di dati, sulle quali si allunga sempre di più l’ombra delle autorità di regolamentazione.

Con il termine “Big Tech”, ci riferiamo principalmente a società tecnologiche mega cap con sede principale negli Stati Uniti.1 Pur non costituendo un insieme omogeneo, riteniamo utile dal punto di vista analitico raggruppare queste aziende, data la loro ubiquità nel tessuto sociale e il loro potere di mercato.

La continua ascesa delle Big Tech

Malgrado la recente volatilità dei mercati, le Big Tech sono cresciute fino a entrare nel novero delle più grandi società quotate al mondo. Di conseguenza, gli indici statunitensi large cap come l’S&P 500 risultano oggi molto meno diversificati. Infatti, cinque società della categoria “Big Tech” costituiscono da sole quasi il 23% dell’indice S&P 500, con un peso combinato delle due maggiori componenti (13,0%) superiore a quello dei settori immobiliare, energia, materiali e utility messi insieme (11,5%).

Le Big Tech sono sinonimo di Internet

Di norma, le società Big Tech forniscono l’accesso a piattaforme digitali che mettono in contatto acquirenti e venditori o singoli utenti. Spesso i notevoli effetti di rete di queste piattaforme traggono vantaggio dalle economie di scala, che rafforzano la potenziale dinamica del “chi vince prende tutto”. Più semplicemente, quanto più un prodotto viene utilizzato, tanto più diventa utile. Prendiamo ad esempio i social network che sono tanto più utili quanto più gli utenti di quelle piattaforme si conoscono tra loro.

I dati facilitano questi effetti rete, aumentando la fruibilità del prodotto offerto dall’azienda, che aumenta grazie ai ricavi derivanti dai dati degli utenti o grazie all’utilizzo delle conoscenze ricavate dai dati inerenti alle interazioni degli utenti. Questo, a sua volta, attira un maggior numero di utenti e aumenta i ricavi. Quegli stessi effetti di rete ed economie di scala potrebbero spiegare la concentrazione in alcuni segmenti dell’economia digitale.

 
 
 
FIGURA 1: Capitalizzazione di mercato delle prime cinque Big Tech come % dell’indice S&P 500
 

Fonte: Bloomberg; Morgan Stanley Investment Management. Al 16/03/2022.

 
 
FIGURA 2: Quota di mercato delle aziende Big Tech rispetto al mercato
 

Fonti: W3Counter, GSStatCounter, eMarketer (2021).

 
 

Crescita o tutela dell’utente?

La sete di crescita delle Big Tech sta conducendo a un inevitabile conflitto tra gli interessi di queste aziende e quelli degli utenti, conflitto che si manifesta regolarmente sotto forma di rischio nell’ambito del segmento sociale dell’ESG. Riteniamo che gli investitori in grado di comprendere appieno questi rischi sociali possano trarne vantaggio, soprattutto quando questi conflitti si concretizzano e attirano l’attenzione delle autorità di regolamentazione dei mercati più importanti.

Ad esempio, più sono i dati personali raccolti e conservati da una piattaforma, più l’operatore della piattaforma sarà esposto ai rischi correlati alla privacy. Inoltre, la dipendenza spesso derivante dall’uso delle piattaforme solleva il rischio di problemi sociali come i danni alla salute mentale degli utenti, la disinformazione e persino l’estremismo. Questi problemi possono comportare un rischio per la creazione di valore delle aziende interessate, limitandone le prospettive di crescita, sia per effetto della migrazione degli utenti o degli inserzionisti sia, sempre più spesso, per iniziative sul fronte della regolamentazione
e della concorrenza.

Responsabilità sociale

DECIDE L’ALGORITMO

Per le Big Tech che si basano sulla raccolta dei dati, la capacità di creare un coinvolgimento è fondamentale per la crescita. Le piattaforme Big Tech possono acquisire una maggior quantità di dati importanti se riescono a trattenere più a lungo l’attenzione dell’utente. Il desiderio di massimizzare la raccolta dei dati e quindi il loro valore ha portato alla creazione di sistemi ottimizzati per catturare e trattenere l’attenzione degli utenti, trascurando le conseguenze.

I contenuti sono un caso emblematico. I materiali che suscitano una forte reazione emotiva si sono dimostrati molto efficaci nel catturare l’attenzione degli utenti e nel prolungarne il coinvolgimento. Non stupisce che il tentativo di ottimizzare il coinvolgimento possa portare ad algoritmi studiati appositamente per amplificare e promuovere contenuti provocatori e conflittuali.2

Non dimentichiamo poi che gli algoritmi selezionano i contenuti in base agli interessi specifici di un utente. Questa personalizzazione limita la visibilità di opinioni diverse, dando vita a un processo il cui risultato sono delle “bolle di filtraggio” capaci di distorcere le prospettive
di una persona. Roger McNamee, noto investitore storico delle Big Tech poi diventato attivista, sostiene che il filtraggio porta alla polarizzazione sociale, all’aumento dei problemi di salute mentale, all’incitamento all’odio
e persino alla violenza.3

Da una parte, questa combinazione di fattori può rappresentare un terreno fertile per la diffusione della disinformazione. Ad esempio, la disinformazione relativa al Covid-19 e ai vaccini è dilagata sui social media, provocando esitazioni e dubbi nei confronti del vaccino da parte di alcuni segmenti della popolazione.4 Nel 2019, ciò ha indotto l’Organizzazione Mondiale della Sanità ad aggiungere l’esitazione vaccinale all’elenco delle 10 principali minacce alla salute globale.5

Dall’altra parte, a livello globale la collettività non ignora i pericoli derivanti da un’elaborazione indiscriminata delle preferenze sulla base di algoritmi. Un recente sondaggio condotto da Lloyds Register Foundation e Gallup a livello mondiale su un campione di 150.000 persone in 142 paesi ha rilevato che le “fake news” sono il principale motivo di preoccupazione per gli utenti Internet.6 In ultima analisi, tutto questo lascia intendere che gli utenti potrebbero reagire. Le piattaforme incapaci di affrontare la piaga delle “fake news” potrebbero essere abbandonate dagli utenti che si porterebbero via anche i loro preziosi dati.

 
 
 
FIGURA 3: Le “fake news”, un forte motivo di preoccupazione per gli utenti Internet di tutto il mondo
 

Fonte: Lloyd’s Register Foundation. (2020) The Lloyd’s Register Foundation World Risk Poll.

 
 

L’AUTOREGOLAMENTAZIONE: UNA SOLUZIONE?

Gli algoritmi sono privi dei sistemi di valori che moderano il comportamento degli esseri umani, tuttavia rispecchiano i pregiudizi dei loro creatori. La proliferazione degli algoritmi di classificazione e selezione dei contenuti impone ai creatori la responsabilità di garantire un’adeguata preparazione per gestire un insieme di dati sufficientemente diversificato. Un’assenza di autoregolamentazione potrebbe comportare oneri per le aziende, come l’obbligo di una maggiore trasparenza o la limitazione del ricorso alla prioritizzazione algoritmica, come proposto dai legislatori della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti nella legge Filter Bubble Transparency Act.

Ad oggi, le aziende tecnologiche si sono dimostrate lente nell’affrontare questo problema, tranne in casi estremi. Ciò è dovuto in parte a una legge statunitense emanata negli anni ’90, la Sezione 230 del Communications Decency Act, che garantisce un’ampia immunità dalla responsabilità per la pubblicazione di contenuti lesivi sulle piattaforme.

Tuttavia, le pressioni per modificare la Sezione 230 sono in aumento e i cambiamenti potrebbero avere effetti rilevanti. Tutte le aziende che gestiscono piattaforme Internet negli Stati Uniti hanno esplicitamente indicato la modifica della Sezione 230 come un rischio d’impresa. Anche se le aziende esposte a questo rischio riuscissero a evitare costose sanzioni attraverso l’autoregolamentazione, sarebbero probabilmente costrette a effettuare investimenti significativi in iniziative di gestione dei contenuti, in particolare se la loro presenza dovesse aumentare nei mercati emergenti, che presentano requisiti culturali e linguistici diversi. Poiché nel settore della tecnologia i costi operativi possono risultare elevati, anche senza questi esborsi aggiuntivi, gli ulteriori costi di monitoraggio dei contenuti possono sorprendere in negativo. Inoltre, se ritengono che il loro diritto alla libertà di parola venga limitato da moderatori troppo zelanti, gli utenti possono cercare piattaforme alternative meno rigide. Questo sottolinea il delicato equilibrio che le odierne piazze virtuali devono trovare tra libertà di parola e moderazione dei contenuti.

Il paradosso della privacy

Il progressivo spostamento online di un numero crescente di attività ha reso la privacy e la protezione dei dati di primaria importanza. La privacy dei dati verte attorno alle modalità di raccolta, trattamento, conservazione e condivisione dei dati con terzi. La gestione di una gran quantità di importanti dati personali digitali espone le Big Tech a problemi di privacy. Ma agli utenti importa la privacy? Su questo aspetto le indicazioni sono contrastanti.

Gli utenti firmano di loro spontanea volontà lunghi e complessi documenti legali sulle condizioni di fornitura dei servizi (i cosiddetti “T&C”) che descrivono l’utilizzo dei dati personali che li riguardano da parte della piattaforma e relativi partner per finalità commerciali. Uno studio condotto su 2.000 consumatori statunitensi ha evidenziato che il 91% accetta i T&C senza neppure leggerli,7 un fenomeno noto come “clickwrap”. È quindi probabile che gli utenti non comprendano appieno la mole di dati che vengono raccolti su di loro.

In realtà, da alcuni studi emerge che agli utenti interessa l’entità e l’intensità della raccolta dei dati, quando questa viene loro comunicata.8 Considerate le frequenti controversie riguardanti l’utilizzo dei dati, riteniamo che gli utenti possano iniziare a prestare maggiore attenzione a questi aspetti. Se da un lato sono solitamente disposti a condividere i dati in cambio di un prodotto utile, gratuito o personalizzato, dall’altro sono più propensi a negare il consenso quando si tratta di servizi che non tengono in grande considerazione, come ad esempio la pubblicità mirata.

Un sondaggio condotto da UBS nel 2021 su circa 2.000 cittadini statunitensi ha evidenziato che il 42% degli intervistati aveva già provveduto ad aggiornare le impostazioni sulla privacy di un sito di social media per renderle più restrittive e il 22% stava pianificando di farlo. In particolare, la percentuale di utenti adolescenti che intendono aggiornare le proprie impostazioni sulla privacy è aumentata costantemente, indicando che, rispetto alle generazioni più anziane, le nuove generazioni potrebbero ritenere il compromesso privacy/personalizzazione meno vantaggioso.9

Se si considera la forte dipendenza di alcune società Big Tech dai ricavi pubblicitari basati sui dati (oltre il 95% del fatturato del 2021 per alcune delle principali società di questo segmento), esiste una forte motivazione economica per procurarsi la maggior quantità possibile di dati sugli utenti. È chiaro che un simile approccio si scontra direttamente con gli interessi degli utenti in materia di privacy e, sempre più spesso, con le autorità di regolamentazione.

 
 
 
FIGURA 4: GDPR in breve
 

Fonte: CMS.Law GDPR Enforcement Tracker (2021), https://www.enforcementtracker.com

 
 

I temi ESG spingono verso una supervisione molto più attenta

Questi problemi sociali si inseriscono nel contesto di un dibattito globale riguardante il fatto che il potere di mercato e le prassi commerciali delle Big Tech siano diventati pregiudizievoli per il benessere dei consumatori, la concorrenza e la produttività. Oggi come oggi, la tecnologia è poco regolamentata in confronto ad altri settori. Il motivo è, secondo noi, da ricercare in una serie di fattori. Internet, come settore, è relativamente giovane edè salito alla ribalta in un’epoca in cui negli Stati Uniti il dibattito pubblico si è schierato contro la regolamentazione settoriale, vista come strumento gravoso e limitante per l’innovazione.

Tuttavia, l’esame sempre più attento delle prassi commerciali degli odierni colossi della tecnologia sta facendo emergere in mercati chiave, come gli Stati Uniti e l’Europa, un sostegno bipartisan per limitarne l’influenza. La crescente consapevolezza delle esternalità negative associate alle Big Tech indica che la fine del regime normativo “permissivo” per Internet potrebbe essere imminente.

Le leggi sulla privacy limitano il flusso di dati

Regolare la condivisione dei dati attraverso le leggi sulla privacy è un modo per affrontare questi problemi. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, 137 paesi su 194 hanno approvato leggi per la protezione dei dati e della privacy. Il regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) dell’UE, approvato nel 2016, è una delle leggi più complete sulla privacy dei dati mai approvate. Tra le altre cose, il GDPR richiede il consenso dell’interessato per l’utilizzo dei dati personali che lo riguardano, offrendo così maggiori protezione e controllo. Avendo portata extraterritoriale, le società con sede fuori dell’UE possono rientrare nel campo di applicazione del GDPR se raccolgono e trattano i dati personali di un cittadino dell’Unione.

La violazione del GDPR può comportare pesanti sanzioni pecuniarie e danni reputazionali, con multe da capogiro che possono arrivare ai 20 milioni di euro o al 4% del fatturato globale annuo. È opportuno precisare che l’interpretazione del GDPR non è omogenea all’interno dell’Europa e che, sebbene le multe siano andate generalmente aumentando, le autorità di regolamentazione hanno dato prova di moderazione. Nessuna azienda è stata ancora colpita da una multa del 4% del fatturato e pochi pensano che ciò possa accadere in futuro.

Le recenti sentenze dei tribunali europei continuano a rendere incredibilmente complesso il trasferimento dei dati fuori dell’UE per le società tecnologiche che operano negli Stati Uniti. La Corte di giustizia dell’Unione europea, nella sentenza Schrems II, ha dichiarato che le aziende che intendono trasferire dati personali fuori dell’UE devono garantire una protezione equivalente al GDPR, oppure devono sospendere il trasferimento.

Prevediamo che l’evoluzione delle normative in materia di protezione dei dati a livello globale continuerà a imporre cambiamenti alle prassi aziendali, rallentandone la crescita attraverso la perdita di dati e la minore efficacia e qualità dei contenuti. Le costanti preoccupazioni sulla raccolta dei dati e la lentezza con cui le aziende si stanno adeguando al cambiamento implicano che, per quanto improbabile. il peggiore degli scenari, come l’esclusione dai mercati, non debba essere del tutto scartato. Gli investitori devono quindi essere consapevoli del rischio fondamentale derivante dalle normative sulla privacy.

 
 
 
FIGURA 5: Andamento nel tempo delle strutture a doppia classe
 

Fonte: Ritter, J. Initial Public Offerings: Dual Class Structure of IPOs Through 2021 (2022).

 
 

L’antitrust statunitense verso una stretta?

Secondo gli esperti, la possibilità che hanno le Big Tech di gestire ampi bacini di dati degli utenti conferisce vantaggi sostanziali. Essi fanno notare il circolo virtuoso a vantaggio di queste aziende, generato dagli effetti di rete descritti in precedenza. L’OCSE osserva che “la piattaforma dominante potrebbe non compiere alcuna azione strettamente classificabile come anticoncorrenziale, eppure il circolo virtuoso può rafforzarne la posizione dominante e impedire alle piattaforme rivali di acquisire clienti”.

Ecco perché molti sostengono che oggi le Big Tech esercitino un potere monopolistico in grado di escludere i concorrenti e di penalizzare gli utenti secondo modalità che per la maggior parte del XX secolo non sarebbero state consentite. Su questo fronte è ancora una volta l’Europa a guidare la carica contro queste società. La proposta di legge dell’UE sui mercati digitali mira a inserire nella lista nera alcune prassi commerciali anticoncorrenziali che, a quanto si afferma, hanno permesso alle Big Tech di sfruttare le proprie dimensioni e le barriere all’ingresso del settore. L’entrata in vigore della legge è prevista per la fine del 2022, una volta che sarà stata approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio.

Anche gli Stati Uniti hanno compiuto alcuni passi per affrontare il potere delle Big Tech. Ne abbiamo parlato la prima volta nei nostri Insight del luglio 202110 in cui abbiamo segnalato la nomina di Lina Khan a presidente dell’ente statunitense garante della concorrenza e una serie di proposte di legge presentate negli Stati Uniti per modificare la legge antitrust e facilitarne l’applicazione.

Tuttavia, nonostante le proposte dell’Europa e i timidi passi compiuti dagli Stati Uniti per porre un freno al potere delle Big Tech, il limitato premio al rischio antitrust espresso dalle valutazioni di queste aziende suggerisce che siano in pochi a credere che gli odierni colossi della tecnologia saranno messi sotto controllo. Nel lungo termine, siamo meno ottimisti del mercato. Ad esempio, nei prossimi 3-4 anni, riteniamo che gli sviluppi dell’antitrust potrebbero danneggiare le prospettive di crescita delle Big Tech, in particolare sul fronte delle fusioni e acquisizioni, che probabilmente saranno oggetto di un severo esame su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Le crescenti difficoltà della governance

norme antitrust e di quelle sulla privacy, osservata di recente, nasce dall’apparente incapacità di queste aziende di autoregolamentarsi. L’incapacità di autoregolamentarsi potrebbe riflettere una cultura in cui la leadership viene raramente messa in discussione. In effetti, il potere decisionale risulta spesso fortemente concentrato, come evidenzia la significativa influenza che i fondatori esercitano sulle strategie, sia in virtù di una forte personalità che delle strutture di partecipazione societaria.

La struttura a doppia classe dell’azionario, molto diffusa nel settore tecnologico, permette ai titolari di determinate azioni di esercitare diritti di voto superiori ai diritti sui flussi di cassa. C’è chi ritiene che questo permetta a un fondatore o a un gruppo di fondatori di concentrarsi su una strategia a lungo termine, più vantaggiosa, anziché essere vincolati da aspetti o circostanze a breve termine.

Pertanto, gli investitori si troveranno a confrontarsi con alcuni compromessi. Dovranno valutare non solo la natura delle partecipazioni, ma anche la natura dell’azienda, del settore e di chi esercita il controllo. E noi, pur concordando sul fatto che una struttura di controllo semplificata possa essere utile nelle prime fasi di crescita di un’azienda, riteniamo che essa conferisca tuttavia un enorme potere nelle mani della dirigenza e di pochi dipendenti selezionati a cui la dirigenza delega le responsabilità chiave.

Considerate le dimensioni e la complessità delle aziende Big Tech, riteniamo che una simile concentrazione di potere debba essere riconosciuta come un rischio, tanto più se si considera la sempre maggiore frequenza con cui le autorità di regolamentazione puntano i riflettori su queste aziende. Strutturare i processi decisionali per allontanarsi dalla ristrettezza di vedute di pochi e integrare prospettive più diversificate potrebbe contribuire a ridurre alcuni di questi rischi normativi e reputazionali.

Prospettive di investimento per le Big Tech

Pur essendo salite alla ribalta in modo relativamente incontrastato, le Big Tech stanno andando incontro a un quadro sempre meno favorevole. Nel breve termine, il contesto macro di rallentamento della crescita, la costante pressione dell’inflazione e il conseguente aumento dei tassi sia nominali che reali ci inducono ad aspettarci una sottoperformance dei titoli growth dei mercati sviluppati, come i titoli delle Big Tech.

Nei prossimi due anni prevediamo che su entrambi i lati dell’Atlantico un contesto operativo più difficile, su cui si allungano le ombre delle autorità antitrust e di regolamentazione, possa limitare il potenziale di crescita delle Big Tech da cui dipendono le valutazioni di queste società.

Come illustrato in questo articolo, i rischi principali che le Big Tech si trovano ad affrontare sono riconducibili perlopiù al segmento “S” dei fattori ESG. I problemi della privacy e della responsabilità sociale potrebbero non essere considerati rilevanti da un investitore tradizionale, ma un approccio che integra completamente i temi ESG può aiutare a comprendere più a fondo i rischi che corrono le Big Tech. Dato che queste società sono i maggiori componenti dei benchmark azionari più importanti, come l’S&P 500, sia gli investitori attivi che quelli su indici dovrebbero tenere conto del potenziale impatto di questi rischi ESG.

 
 

Tuttavia, alcune aziende di dimensioni relativamente ridotte, che seguono prassi commerciali analoghe cioè incentrate sulla raccolta di dati, corrono i medesimi rischi ESG a cui abbiamo accennato.

2 Cobbe, J., & Singh, J. (2019). Regulating Recommending: Motivations, Considerations, and Principles. European Journal of Law and Technology, 10 (3)

3 McNamee, R. (2019). Zucked. PenguinRandomHouse.

4 Rutschman AS. Social Media Self-Regulation and the Rise of Vaccine Misinformation. SSRN; 2021.

5 World Health Org., Ten Threats to Global Health in 2019 (2019).

6 Lloyd’s Register Foundation. (2020) The Lloyd’s Register Foundation World Risk Poll.

7 Deloitte, 2017 Global Mobile Consumer Survey: US edition. (2017)

8 Pew Research Center. “Facebook Algorithms and Personal Data”. 2019

9 UBS. Assessing the Consumer Usage & Ad Engagement Landscape (14th Ed.). 2021

10 Morgan Stanley Investment Management. La sorpresa in chiave restrittiva della Fed non scalfisce i mercati (2021)

 
 

Considerazioni sui rischi

Non vi è alcuna garanzia che l’obiettivo d’investimento della Strategia venga raggiunto. I portafogli sono esposti al rischio di mercato, ovvero alla possibilità che il valore di mercato dei titoli detenuti dal portafoglio diminuisca e che il valore delle azioni del portafoglio sia conseguentemente inferiore all’importo pagato dall’investitore per acquistarle. I valori di mercato possono cambiare quotidianamente a causa di eventi economici e di altro tipo (ad es. catastrofi naturali, crisi sanitarie, terrorismo, conflitti e disordini sociali) che interessano mercati, paesi, aziende o governi. È difficile prevedere le tempistiche, la durata e i potenziali effetti negativi (ad esempio la liquidità del portafoglio) degli eventi. Di conseguenza, l’investimento in questo portafoglio può comportare una perdita per l’investitore. Inoltre, la strategia può essere esposta ad alcuni rischi aggiuntivi. Esiste il rischio che, in base alle effettive condizioni di mercato, la metodologia e le ipotesi di asset allocation elaborate dal Consulente per i portafogli sottostanti si rivelino errate e che il portafoglio non raggiunga il suo obiettivo d’investimento. I corsi azionari tendono inoltre a essere volatili e la possibilità di subire perdite è significativa. Gli investimenti del portafoglio in certificati legati alle materie prime comportano rischi notevoli, ivi compreso il rischio di un sensibile deprezzamento del capitale investito. In aggiunta ai rischi inerenti alle materie prime, tali investimenti sono esposti a rischi specifici, quali il rischio di perdita di capitale e interessi, l’assenza di un mercato secondario e il rischio di livelli superiori di volatilità, che non interessano i tradizionali titoli azionari e di debito. Le oscillazioni dei cambi potrebbero annullare i guadagni generati dagli investimenti o accentuare le perdite. I titoli obbligazionari sono soggetti alla capacità dell’emittente di rimborsare puntualmente capitale e interessi (rischio di credito), alle variazioni dei tassi d’interesse (rischio di tasso d’interesse), al merito di credito dell’emittente e alle condizioni generali di liquidità del mercato (rischio di mercato). In un contesto di tassi d’interesse in rialzo, i corsi obbligazionari possono calare e dar luogo a periodi di volatilità e a maggiori richieste di rimborso. In un contesto di calo dei tassi d’interesse, il portafoglio potrebbe generare un reddito inferiore. I titoli con scadenze più lunghe possono essere maggiormente sensibili alle variazioni dei tassi d’interesse. Le azioni e i titoli esteri risentono in genere di una maggiore volatilità rispetto agli strumenti obbligazionari e sono soggetti a rischi di cambio, politici, economici e di mercato. Le quotazioni tendono a oscillare in risposta a eventi specifici in seno a una determinata società. I titoli delle società a bassa capitalizzazione comportano rischi particolari, come l’esiguità delle linee di prodotto, dei mercati e delle risorse finanziarie, e possono registrare una maggiore volatilità di mercato rispetto a quelli di società più consolidate di dimensioni maggiori. I rischi associati agli investimenti nei Mercati Emergenti sono maggiori di quelli associati agli investimenti nei Mercati Sviluppati esteri. Le azioni degli exchange traded funds (ETF) comportano molti dei rischi associati agli investimenti diretti in azioni ordinarie od obbligazioni e il loro valore di mercato oscilla al variare del valore dell’indice sottostante. Investendo in ETF e in altri Fondi d’investimento, il portafoglio assorbe sia le proprie spese che quelle degli ETF e dei Fondi d’investimento nei quali investe. La domanda e l’offerta di ETF e dei Fondi d’investimento potrebbero non essere correlate a quelle dei titoli sottostanti. Gli strumenti derivati possono essere illiquidi, amplificare le perdite in misura più che proporzionale e avere un impatto negativo potenzialmente consistente sulla performance del Portafoglio. Un contratto a termine su valute è uno strumento di copertura che non implica alcun pagamento anticipato. L’uso della leva finanziaria può accentuare la volatilità del Portafoglio.

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Kian Masters
Kian Masters
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Nelle giurisdizioni esterne all’UE, i materiali di MSIM vengono pubblicati da Morgan Stanley Investment Management Limited (MSIM Ltd), autorizzata e regolamentata dalla Financial Conduct Authority. Registrata in Inghilterra. N. di registrazione: 1981121. Sede legale: 25 Cabot Square, Canary Wharf, London E14 4QA.

In Svizzera, i materiali di MSIM vengono pubblicati da Morgan Stanley & Co. International plc, London, Zurich Branch (Sede Secondaria di Zurigo), autorizzata e regolamentata dall’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (“FINMA”). Sede legale: Beethovenstrasse 33, 8002 Zurigo, Svizzera.

Nelle giurisdizioni esterne agli Stati Uniti e all’UE, i materiali di Eaton Vance vengono pubblicati da Eaton Vance Management (International) Limited (“EVMI”), 125 Old Broad Street, Londra, EC2N 1AR, Regno Unito, società autorizzata e regolamentata nel Regno Unito dalla Financial Conduct Authority.

Italia – MSIM FMIL (Sede Secondaria di Milano) con sede in Palazzo Serbelloni, Corso Venezia 16, 20121 Milano, Italia. Paesi Bassi – MSIM FMIL (filiale di Amsterdam), Rembrandt Tower, 11th Floor Amstelplein 1 1096HA, Paesi Bassi. Francia:  MSIM FMIL (filiale di Parigi), 61 rue Monceau, 75008 Parigi, Francia. Spagna – MSIM FMIL (filiale di Madrid), Calle Serrano 55, 28006, Madrid, Spagna.

MEDIO ORIENTE

Dubai – MSIM Ltd (ufficio di rappresentanza, Unit Precinct 3-7th Floor-Unit 701 and 702, Level 7, Gate Precinct Building 3, Dubai International Financial Centre, Dubai, 506501, Emirati Arabi Uniti. Telefono: +97 (0)14 709 7158).

Stati Uniti

NON GARANTITO DALLA FDIC | PRIVO DI GARANZIA BANCARIA | RISCHIO DI PERDITA DEL CAPITALE | NON GARANTITO DA ALCUN ENTE FEDERALE | NON È UN DEPOSITO BANCARIO

Hong Kong – Il presente materiale è distribuito da Morgan Stanley Asia Limited per essere utilizzato a Hong Kong e reso disponibile esclusivamente agli “investitori professionali” ai sensi delle definizioni contenute nella Securities and Futures Ordinance di Hong Kong (Cap 571). Il suo contenuto non è stato verificato o approvato da alcuna autorità di vigilanza, ivi compresa la Securities and Futures Commission di Hong Kong. Di conseguenza, fatte salve le esenzioni eventualmente previste dalle leggi applicabili, questo materiale non può essere pubblicato, diffuso, distribuito, indirizzato o reso disponibile al pubblico a Hong Kong. Singapore – Il presente materiale è distribuito da Morgan Stanley Investment Management Company e non deve essere considerato come un invito a sottoscrivere o ad acquistare, direttamente o indirettamente, destinato al pubblico o a qualsiasi soggetto di Singapore che non sia (i) un “institutional investor”, ai sensi della Section 304 del Securities and Futures Act, Chapter 289 di Singapore (“SFA”), (ii) una “relevant person” (che comprende un investitore accreditato), ai sensi della Section 305 dell’SFA, fermo restando che, anche in questi casi, la distribuzione viene effettuata nel rispetto delle condizioni specificate dalla Section 305 dell’SFA o (iii) altri soggetti, in conformità e nel rispetto delle condizioni di qualsiasi altra disposizione applicabile emanata dall’SFA. Il contenuto di questa pubblicazione non è stato verificato dalla Monetary Authority di Singapore. Australia – Il presente materiale è distribuito in Australia da Morgan Stanley Investment Management (Australia) Pty Limited ACN: 122040037, AFSL n. 314182, che si assume la responsabilità del relativo contenuto. Questa pubblicazione e l’accesso alla stessa sono destinati unicamente agli “wholesale client” conformemente alla definizione dell’Australian Corporations Act. Calvert Research and Management, ARBN 635 157 434 è regolamentata dalla U.S. Securities and Exchange Commission secondo le leggi statunitensi che differiscono da quelle australiane. Per la fornitura di servizi finanziari agli “wholesale client” in Australia, Calvert Research and Management è esente dall’obbligo di detenere una licenza australiana per la fornitura di servizi finanziari secondo il Class Order 03/1100.

Taiwan – Questo materiale viene fornito a scopo esclusivamente informativo e non costituisce una sollecitazione ove tale sollecitazione è vietata dalla legge. Non tutti i prodotti menzionati nella presente comunicazione sono stati registrati presso il Securities and Futures Bureau della Financial Supervisory Commission di Taiwan, Repubblica di Cina (“ROC”) ai sensi delle leggi e delle normative vigenti in materia di valori mobiliari. Tali prodotti possono essere resi disponibili nella ROC solo se (a) sono registrati per la vendita al pubblico nella ROC o (b) sono resi disponibili per il collocamento privato a istituti finanziari specifici e altre persone fisiche e giuridiche idonee ai sensi delle disposizioni in materia di collocamento privato di cui alla normativa della ROC che disciplina i fondi esteri.

Corea – Il presente documento non costituisce un’offerta di valori mobiliari in Corea e non deve essere in alcun caso interpretato come tale. Non si garantisce l’idoneità dei destinatari del presente documento ai sensi delle leggi coreane, compresi, a mero titolo esemplificativo, la Legge sulle transazioni valutarie e i relativi regolamenti. Il fondo o fondi menzionati nel presente documento non sono necessariamente registrati presso la Financial Services Commission coreana ai sensi del Financial Investment Services and Capital Markets Act e non possono essere offerti, direttamente o indirettamente, in Corea o a qualsivoglia residente coreano se non in conformità alle leggi e ai regolamenti vigenti in Corea.

Giappone – Il presente documento è destinato ai soli investitori professionali e viene diffuso o distribuito unicamente a scopi informativi. Per i destinatari che non siano investitori professionali, il presente documento viene fornito in relazione alle attività di Morgan Stanley Investment Management (Japan) Co., Ltd. (“MSIMJ”) concernenti i mandati di gestione discrezionale degli investimenti (“IMA”) e i mandati di consulenza di investimento (“IAA”) e non costituisce una raccomandazione o sollecitazione di transazioni od offerte relative a uno strumento finanziario specifico. In base ai mandati discrezionali di gestione degli investimenti, il cliente stabilisce le politiche di gestione di base in anticipo e incarica MSIMJ di prendere tutte le decisioni di investimento sulla base di un’analisi del valore e di altri fattori inerenti ai titoli e MSIMJ accetta tale incarico. Il cliente delega a MSIMJ i poteri necessari per effettuare gli investimenti. MSIMJ esercita tali poteri delegati sulla base delle decisioni d’investimento prese da MSIMJ e il cliente non impartisce istruzioni individuali. Tutti gli utili e le perdite degli investimenti spettano ai clienti; il capitale iniziale non è garantito. Si raccomanda di valutare gli obiettivi d’investimento e le tipologie di rischio prima di effettuare un investimento. La commissione applicabile ai mandati di gestione discrezionali o di consulenza d’investimento si basa sul valore degli attivi in questione moltiplicato per una determinata aliquota (il limite massimo è il 2,20% annuo inclusivo d’imposta), calcolata proporzionalmente alla durata del periodo contrattuale. Alcune strategie sono soggette a una commissione condizionata (contingency fee) in aggiunta a quella sopra menzionata. Potrebbero essere applicati altri oneri indiretti, come ad esempio le commissioni di intermediazione per l’acquisto di titoli inglobati in altri strumenti. Poiché questi oneri e spese variano a seconda delle condizioni contrattuali e di altri fattori, MSIMJ non è in grado di illustrare in anticipo aliquote, limiti massimi, ecc. Si raccomanda a tutti i clienti di leggere attentamente la documentazione fornita in vista della stipula del contratto prima di sottoscriverne uno. Il presente documento è distribuito in Giappone da MSIMJ, n. registrazione 410 (Director of Kanto Local Finance Bureau (Financial Instruments Firms)), membro di: Japan Securities Dealers Association, The Investment Trusts Association, Japan, Japan Investment Advisers Association e Type II Financial Instruments Firms Association.

Canada

USO CONSENTITO SOLO CON “PERMITTED CLIENTS” AI SENSI DEL DIRITTO CANADESE. VIETATO L’UTILIZZO CON IL PUBBLICO. Questa presentazione viene diffusa in Canada da Morgan Stanley Investment Management Inc. (“MSIM”), che svolge le proprie attività in Canada ai sensi della International Adviser Exemption in base agli obblighi di registrazione del consulente canadese. Questa presentazione non costituisce un’offerta di servizi di consulenza d’investimento laddove l’esenzione per consulenti d’investimento non è prevista. MSIM può fornire consulenza solo a conti a gestione separata di “Permitted Clients” e può gestire unicamente conti investiti in emittenti non canadesi. Per “Permitted Clients” si intendono i soggetti definiti nel Canadian National Instrument 31-103 che, in linea generale, includono istituti finanziari o persone fisiche canadesi con attività finanziarie per 5 milioni di dollari canadesi (CAD) e persone giuridiche con un patrimonio netto minimo di 25 milioni di dollari canadesi (CAD). I Permitted Clients possono investire solo in un conto a gestione separata, cui si fa riferimento in questa presentazione, sottoscrivendo con MSIM un mandato di gestione degli investimenti, di cui la presente non fa parte. I materiali che descrivono le competenze in materia d’investimento, le strategie e/o altri aspetti dei conti a gestione separata gestiti da MSIM possono essere forniti su richiesta per la valutazione dei servizi di consulenza d’investimento disponibili, offerti da MSIM. MSIM e alcune consociate possono rivestire il ruolo di gestori di portafoglio per i conti a gestione separata descritti in questa presentazione e possono rivendicare il pagamento di commissioni in relazione a tale attività.

 

La presente comunicazione ha carattere promozionale.

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